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Intervista a Pier Paolo BIANCHI

22 Lug, 2016 / 0

Per noi del Comitato Pier Paolo BIANCHI è un amico, con il quale abbiamo spesso il piacere di intrattenerci nello stand (da ultimo a Varano dé Melegari, in occasione di Asimotorshow 2016).

Ha partecipato alle scorse edizioni della Rievocazione e parteciperà anche il 3/4 settembre 2016.

Lo abbiamo sentito proprio in vista dell’ormai prossima edizione e, con la consueta simpatia e disponibilità, ci ha rilasciato una breve intervista per i lettori del sito, dalla quale emerge la sua schiettezza e perfetta conoscenza delle corse.

Più che un uomo d’altri tempi Pier Paolo BIANCHI si conferma un campione di oggi, anche nei valori.

Com’è cambiato il motomondiale rispetto ai tuoi tempi?

Potrei eludere la domanda parlando delle differenze tecniche e nei regolamenti, ad es. dicendo che la 125 cc non esiste più e che, al suo posto, c’è la Moto3. In realtà non sono cambiate solo le moto e le regole: negli ultimi 30/40 anni è cambiato il mondo. Le moto classiche e tutto ciò che animava le gare dell’epoca, conseguentemente, non hanno nulla a che vedere con le moto moderne e con le gare di oggi. Beninteso, per alcune cose è meglio oggi, ma per molte altre era sicuramente meglio allora. Ai miei tempi i piloti erano anche meccanici, cuochi e spesso anche trasportatori delle loro moto; le gare a volte si facevano senza dormire in albergo ed erano anche un’occasione per passare un po’ di tempo con gli appassionati. Ora è diverso; i protagonisti di oggi conoscono l’ambiente di oggi: ognuno vive il suo tempo. Io sono stato bene nel mio.

Ci descrivi il tuo legame con la Morbidelli?

Era una piccola azienda pesarese che, per un decennio – grazie al genio, all’abilità ed al coraggio di Giancarlo Morbidelli e dei tecnici di cui seppe circondarsi – ha vinto 4 titoli mondiali; con me 2 consecutivi (nel 1976 e nel 1977) nella 125. Con la Morbidelli ho vinto anche 2 campionati italiani, nel 1975 e nel 1976. Morbidelli mi ha preso come pilota e dato una moto competitiva, quindi devo dirgli solo grazie. Quando è andato via sono passato alla MBA – da lui stesso fondata, insieme a Paolo Benelli ed Innocenzo Nardi-Dei – ed ho vinto il terzo titolo (nel 1980).

In Emilia Romagna si respira un’aria diversa o è la personalità degli abitanti che aiuta a vincere?

In Emilia Romagna c’erano le scuole, i team e la voglia di investire tanti soldi nelle corse. Non per niente quella regione è la terra dei motori. Ora i bravi piloti ed i tecnici capaci provengono da ogni parte del mondo. Forse prima hanno copiato un po’; in ogni caso questo cambiamento è positivo.

Sei stato 3 volte Campione del Mondo, 3 volte Vice-Campione del mondo, 3 volte Campione Italiano Velocità e 3 volte Campione Italiano della Montagna. Il 3 è anche il tuo numero fortunato?

Non lo so, ma, in effetti, è un numero che mi segue nella vita.

Che emozione hai provato quando hai vinto il primo titolo mondiale?

Un’emozione indescrivibile! Era una cosa impensabile per me. Con il senno di poi posso dire che, forse, potevo già vincerlo l’anno prima. Allora non ci credevo sinché non è successo e, quando è accaduto, ho capito davvero cosa significava diventare campione del mondo. In quel momento ho anche coronato un sogno e dimenticato tutti i sacrifici fatti per raggiungerlo, sia da me che da chi mi stava vicino; sacrifici anche economici. Per me vincere o non vincere non è mai stato uguale.

A Varano mi hai superato, salutandomi in piena curva, in sella ad una bellissima A-H RR 250. Ho così notato – da un punto di vista privilegiato, perché vicinissimo – l’inclinazione della tua moto e, soprattutto, il fatto che riesci a rannicchiarti completamente dietro la carena, facendo trasparire una sensazione di grande leggerezza ed agilità. Sono questi i segreti dei tuoi successi?

Qualcuno ricorda che, nel mondiale, ho vinto 27 volte, sono salito sul podio 61 volte ed ho conquistato 32 pole position e 25 giri veloci, in 127 Gran Premi complessivamente disputati. Io, sinceramente, non ho mai fatto caso ai numeri. La tipologia di guida che hai descritto è quella tipica della piccole cilindrate e, in effetti, ho corso solo in quelle. Con le 125 – a maggior ragione nelle classi inferiori – devi essere un tutt’uno con la moto, per sfruttarne tutte le potenzialità. Il mio stile di guida non cambia se salgo su una moto più grande: la maniera di stare sulla moto è sempre quella, anche su una 250 od una 500. Un’altra mia caratteristica, come avrai capito, è che la prendo come una gara, anche quando una gara non è. Anche se ho 64 anni..

Nel 1972 hai partecipato ad Ospedaletti. Che ricordi hai del circuito che rievocheremo tutti insieme – senza correre – il 3/4 settembre?

Quell’anno la Morbidelli fu colpita dalla morte di Parlotti al Tourist Trophy e provò molti piloti, tra cui Paolo Isnardi, Otello Buscherini, Silvio Grassetti, Chas Mortimer e me. Proprio ad Ospedaletti sono salito per la prima volta su una Morbidelli: mi hanno provato, insieme ad altri, quindi, in un certo senso, posso dire che la mia carriera nel mondiale è iniziata proprio lì. Come sai ho fatto il cadetto, poi il Senior, senza passare per gli Juniores. Si diceva che Ospedaletti era un circuito pericoloso ed in effetti è difficile. Io, però, venivo dalle strade romagnole e dalle corse in salita, delimitate da rocce, parapetti in muratura e .. burroni. Ad Ospedaletti chiudevano il traffico e c’erano anche le balla di paglia, quindi mi è parso subito un ambiente più sofisticato rispetto a quelli cui ero abituato. Lì ho anche visto Jarno Saarinen, con la bellissima compagna ed il suo Volkswagen verde, che si riparava la moto da solo. Nel 1973 ho poi fatto un 5° posto a Monza, da privato, con una Yamaha 125 c.c., nella corsa in cui ha perso la vita.

Ci vediamo ad Ospedaletti, ancora nella stessa batteria..

Vai piano che hai un’età!

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