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Intervista ad Eugenio LAZZARINI

2 Ago, 2016 /

Ciao Eugenio! Tuo fratello Enzo ha pubblicato sui social delle splendide foto d’epoca, tratte dal libro: “LAZZARINI – Storie di uomini, pensieri, vittorie, emozioni“. Mi hanno colpito, tra le altre, una sorta di galleria del vento artigianale – composta da un cupolino in allestimento, poggiato su una struttura di legno sagomata – e dei telai, che definire innovativi sarebbe poco. Alcuni piloti dell’epoca si riparavano le moto da soli, altri – come te – si elaboravano persino le moto con cui correvano nel mondiale. Accadeva per motivi economici o la voglia di vincere spingeva a sperimentare?

Ciao Marco! Ho iniziato come meccanico, difatti a 14 anni lavoravo nel reparto corse Benelli. C’era gente molto più grande di me, che con poco faceva tanto. La meccanica mi appassionava ed i colleghi mi trasmettevano la loro esperienza. Ad un certo punto mi hanno chiesto: “perché non provi a correre, così vedi da solo come va la moto?”. In effetti, quando le cose non vanno, accade spesso che il meccanico se prenda con il pilota ed il pilota con il meccanico.. Ci ho provato, mi è piaciuto e non sono mai più sceso. Ho costruito delle moto da corsa, sia per esigenze economiche, sia per passione, ma anche perché ci sono dei momenti e delle situazioni nella vita in cui devi fare le cose in cui credi, e non sottostare e quello che ti succede. Ti capita allora di ritrovarti in avventure anche più grandi delle tue forze, ma anche le soddisfazioni che ne possono conseguire diventato proporzionate allo sforzo. A quell’epoca c’erano solo moto ufficiali; a me piaceva modificarle, per farle andare meglio. Ho iniziato l’esperienza delle corse nel mondiale nella classe 125, poi nella 250, con l’imprenditore Egidio Piovaticci. Nel 1974 sono arrivati nel reparto corse Jan Thiel e Martin Mijwaart, per sviluppare le nuove 50 cc e 125 cc. Il telaio monoscocca era talmente piccolo e scomodo che, per adattarlo al pilota, e viceversa, ci vollero sagome in legno sulle quali lavorare. Il cupolino sul manichino – la cd. moto di legno – l’ho fatta proprio per allenarmi a stare in posizione sulla moto, d’inverno, il tempo di una gara; guardavo la TV ed intanto mi allenavo a stare in posizione. Il primo telaio l’ho costruito invece nel 1971; ospitava un motore Maico 125 a disco rotante di una moto da cross.

Hai modificato anche le moto con cui hai vinto il mondiale?

Sulla MBA 125 con cui ho vinto il primo mondiale ho rifatto completamente la ciclistica: la MBA forniva il motore ed io ci montavo il telaio monoscocca che avevo costruito. Al Mugello ho vinto con quella moto e nei primi 10 al traguardo sono arrivati 7 piloti cui avevo venduto quel telaio. E’ stata una bella soddisfazione, perché ho capito di aver fatto un ottimo lavoro. La IPREM 50 con cui ho vinto il terzo titolo, invece, era una KREIDLER privata, modificata da me. Avevo vinto il secondo titolo con una KREIDLER ufficiale, ma non mi hanno voluto confermare come pilota. Mi sono preso una bella rivincita, proprio in Germania. Nell’ultima gara al Nurburgring avevano schierato 6 moto ufficiali, con i tedeschi che tifavano per me (anziché per i piloti ufficiali). KREIDLER avrebbe voluto che i suoi piloti arrivassero primo e secondo, levandomi così il titolo, ma secondo sono arrivato io e l’ho vinto.

Ho visto una foto che ti ritrae sotto un albero, di fianco alla moto ed al Fiat 238, su un fondo misto d’erba e sterrato, a Francorchamps, nel 1973. Non è male per la concentrazione prima di una gara del mondiale..

L’ambiente delle corse era famigliare e, se guardi bene la foto, vedi che ho anche uno straccio od un utensile in mano. Mi concentravo facendo il meccanico. A quei tempi si mangiava tutti insieme e non si andava a dormire in hotel, perché non potevamo permettercelo. Chi aveva un camioncino con un telone da attaccarci, per fare un po’ d’ombra, era fortunato. Non osavo neanche pensare di poter vincere un mondiale; mi dicevo:”faccio qualche gara, poi smetto”. Poi le cose sono andate diversamente..

Il tuo curriculum parla chiaro: 3 volte campione ed 8 volte vice-campione del mondo. Nessuno meglio di te può dirci come andavano guidate le moto di piccola cilindrata, con cui, peraltro, hai continuato a vincere come team-manager. Rispetto alle Moto 3 cos’è cambiato nello stile di guida?

Il team Italia è nato a Pesaro, a casa mia, quando ho smesso di correre. L’ho fatto come privato, anche se, ovviamente, la Federazione diceva la sua. Sono felice di aver fatto anche quella esperienza e, magari, un giorno scriverò qualcos’altro, visto che il libro di Enzo tratta solo i primi 2/3 anni dopo il suo infortunio. Lo stile di guida è cambiato perché è cambiata la ciclistica, le gomme, la meccanica ed anche l’asfalto. Per fare una piega come oggi ci vogliono le componenti di oggi: se ci provavi all’epoca cadevi, sennò lo avremmo fatto. Le cose che sono cambiate maggiormente però, sono le motivazioni che ti spingono a correre e lo spirito delle corse.

Che ricordi hai delle gare ad Ospedaletti?          

Ad Ospedaletti sono venuto, la prima volta, nel 1969/70, con una Bultaco 125 che avevo preso da una scuderia di Pesaro. Ho trasportato anche una Benelli 250, 4 cilindri, perché la scuderia aveva chiesto di dare una mano a PASOLINI. Ho accostato il camioncino sul rettilineo e tirato giù, prima la Bultaco, poi la Benelli. A quel punto tutti, compresi i piloti, hanno iniziato a chiedermi dove avevo preso la Benelli, perché non se ne vedevano molte ed io non ero ancora conosciuto. Ho corso con entrambe e con la BENELLI, dopo una bruttissima partenza, con una grande rimonta, ricordo di esser arrivato dopo READ, PASOLINI e BRYANS. Sono ritornato ad Ospedaletti con una Benelli 250 anche l’anno dopo e ricordo perfettamente che era tempo di garofani, perché, dopo il ponte, ho frenato su una macchia d’olio e ci sono finito in mezzo..

Ci dici qualcosa della moto con cui parteciperai alla Rievocazione?

E’ una PIOVATICCI 125 del 1970, la moto con cui ho partecipato al mondiale e vinto in Olanda. E’ la prima che ho costruito in casa, e alla quale sono più affezionato, con il motore da cross rivisitato. Tra le altre cose il motore aveva solo raffreddamento ad aria ed ho ricavato una sistema misto aria/acqua, togliendo le alette di raffreddamento e saldando una lamiera di alluminio, che creasse una intercapedine; per lo sfiato avevo usato una valvola presa da una moka da caffè.

Cosa pensi della Rievocazione Storica di Ospedaletti?

Il circuito di Ospedaletti ha sempre avuto un grande fascino. E’ una pista pericolosa e, mentre si guida, occorre sempre ricordarsi di star dentro, non fuori. E’ bella anche per via dei saliscendi. All’epoca non c’era pubblicità, quindi la gente conosceva solo i piloti più famosi, tipo Agostini o Provini. Ad Ospedaletti poteva vedere da vicino tutte le moto ed i piloti, anche quelli meno conosciuti, magari promettenti. Anche oggi, alla Rievocazione, accorre tanta gente, per vedere ed anche per sentire le moto ed i piloti di cui ha già sentito parlare. Vengono anche i giovani, per scoprire un mondo che non conoscono. E’ sicuramente una rievocazione impegnativa, anche da organizzare, ma i risultati dimostrano che vale la pena di farla.

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