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Intervista a Carlos LAVADO

8 Ago, 2016 / 0

Le foto di Carlos Lavado sono per lo più a colori, come il suo carattere.

Le sue moto hanno già i freni a disco e possiamo dire che buona parte dell’evoluzione delle gloriose due tempi Yamaha ha conosciuto il modo, tutto suo, di aprire il gas..

Lavado, infatti, ha corso nel mondiale 15 anni, vincendo due titoli iridati, nel 1983 e nel 1986, entrambi con Yamaha 250 c.c.

Con la consueta simpatia ha risposto alle nostre domande.

Per molti appassionati di moto classiche le Yamaha a due tempi da competizione – TZ, ma anche TD – hanno un fascino irresistibile. Tu – che per un decennio sei stato pilota ufficiale Yamaha e con quel marchio hai vinto 2 campionati del mondo – puoi dirci a quale, tra i modelli con cui hai gareggiato, sei più legato e perché?

Ero pilota ufficiale, ma solo nell’86-88 ho avuto una Yamaha ufficiale. Prima mi davano la moto che, in realtà, poteva comprare anche un privato, con il kit. Posso dire che, in 15 anni di corse nel motomondiale, ho avuto solo una moto preparata direttamente dalla casa, per vincere il mondiale: la TZ 250 del 1986. Gli altri anni Honda e Kawasaki erano più veloci. Per vincere dovevo rischiare molto, difatti mi sono spesso ritrovato a terra.. Ci volevano anche fortuna ed i meccanici giusti; quelli, per intenderci, che sapevano fare i buchi nei cilindri. Ad inizio carriera i cilindri me li sono lavorati anche da solo, poi lo hanno fatto i meccanici, ma io vivevo praticamente in simbiosi con loro. Guardavo cosa facevano e davo una mano, ad es. bilanciavo le gomme, così, poi, se non andavano, la colpa era mia.. La moto che ti piace (Yamaha TD 250 degli anni ’70, raffreddata ad aria) ha il buco sotto i 6.000 giri. Con le moto a due tempi era così, perlomeno sino al 1984. Anche la moto con cui ho vinto il primo mondiale (Yamaha TZ 250 del 1983) era così. Moto Sprint quell’anno la provò e disse che di mondiali ne avevo vinti due, perché era inguidabile. In realtà faceva 12.000 giri e non partiva prima dei 6.500, quindi dovevi sempre tenerla sopra, anche in curva, sennò perdevi tempo. Certo che non era facile guidare quelle moto, anche perché non frenavano bene, la ciclistica non aiutava e non esisteva l’elettronica. Oggi senza una moto ufficiale non vinci: le quattro tempi non si possono toccare: si fa il setup prima di uscire e se vuoi vincere (senza moto ufficiale) puoi solo sperare che piova e cadano i più veloci. Questo non vuol dire che guidare una moto di oggi sia più semplice: andar forte è sempre difficile, anche con i freni, le gomme e l’elettronica. Le moto di oggi hanno di più e camminano anche di più. Noi le pieghe al 60% potevamo solo sognarcele, anzi le facevamo quando eravamo ormai a terra; al massimo raggiungevo il 45%, affidandomi alla fortuna..

Sei ricordato con simpatia dai tifosi, che, non a torto, ti soprannominano: “la freccia di Caracas“, visto che facevi pieghe spaventose e frenavi sempre all’ultimo istante. Ho letto in proposito che il capomeccanico Rossano Brazzi ricorda queste tue parole: “Datemi un motore anche non velocissimo, ma che non si rompa: al resto ci penso io”. Quando hai rischiato e, soprattutto, hai mai avuto paura?

Le staccate all’ultimo metro erano il mio forte. Come ho detto ho rischiato più del normale. Diciamo che davo il 120%. Rossano Brazzi, con cui ho lavorato un anno, sa che davo più del massimo, perciò ricorda quella frase. Spesso mi chiedevano come facevo a sorridere quando cadevo. Sono latino e so che non cambia niente se ti arrabbi. Nessuno, poi, ha visto le zuccate che tiravo nel muro, in albergo, quando ero primo e cadevo.. Lo ripeto, se non rischiavi non vincevi e, per riuscirci, occorreva ti assistesse anche la fortuna. Può darsi che sono conosciuto e ricordato, perché mi piace scherzare ed anche perché ho corso dal ’78 al ’92, mentre la maggior parte dei piloti ha corso meno della metà dei miei anni. Sta di fatto che, per un motivo o per l’altro, ho tanti amici nell’entourage delle corse, difatti entro senza problemi in qualsiasi box. La paura… Non è una variabile ammessa se vuoi correre. Se hai paura non fai il pilota. Certo, alcune cadute mi sono rimaste impresse, ma il primo pensiero, subito dopo, era quello di rialzarsi, correre a piedi al box e ripartire con la seconda moto. Quando cadi devi risalire in sella prima possibile, per continuare a correre e dimenticare i lividi con la passione. Quando fai questo mestiere – e percorri una curva ad oltre 200 km/h – non pensi che, se cadi, ti ammazzi. Se lo pensi è meglio che smetti.

Sei il secondo pilota venezuelano a vincere un motomondiale, dopo Johnny Cecotto. Cos’ha significato per te e per il tuo paese?

Per me è stata una soddisfazione grandissima. Non si corre per partecipare. In verità dovrebbe essere così per ogni lavoro. Tu, ad esempio, sono certo che non vai in tribunale per partecipare, bensì per vincere. Non sempre è possibile, ma solo quando si vince si prova soddisfazione. Quando non si vince, invece, bisogna studiarsi subito qualcosa per vincere al più presto. E’ necessario impegnarsi, dare tutti se stessi ed anche qualcosa in più. Se non era per Cecotto non correvo neanche il mondiale! In ogni caso sono l’unico, nel mio Paese, ad aver vinto 2 titoli con la 250 c.c. Nessuno, però, è profeta in Patria e questo vale anche per l’America. Tutt’al più, in Venezuela, possono pensare che ho fatto i soldi, ma non è affatto così, perlomeno non era così ai miei tempi. Allora viaggiavamo in economica.. Lega, ad es., ha vinto il mondiale e poi è andato a lavorare alla Sip. Ora è diverso perché i mass-media e gli sponsor fanno girare tanto denaro.

Un campione può essere di esempio per molti ed anche di aiuto per le persone meno fortunate. Mi risulta che Tu abbia consegnato delle playstation ai bambini ricoverati nel reparto di oncologia pediatrica dell’Ospedale Rizzoli di Bologna. Più che una domanda, su questo, volevo dirti grazie..

Sono sempre disponibile quando mi chiamano per beneficienza od iniziative benefiche. Sei fai del bene ti tiri del bene. Sono anche stato Boy Scout e, nel rispetto degli insegnamenti che mi sono stati impartiti, cerco di fare almeno una buona azione al giorno. Vivere così mi fa star meglio. L’onestà e la correttezza servono eccome nella vita, in ogni tempo, così come è giusto continuare a dire “buongiorno” e “grazie”, anche se, spesso, di questi tempi, non ti rispondono.

Un’ultima domanda, non voglio tenerti al telefono: cosa pensi della Rievocazione Storica di Ospedaletti, cui, se non sbaglio, parteciperai proprio con una Yamaha TZ?

Grazie, perché sto preparando un pranzo venezuelano per gli amici: vivo in Italia, mentre la mia famiglia è rimasta in Venezuela. Con Gandolfi, Romano ed Anelli partecipiamo spesso alle Rievocazioni. A volte faccio l’apripista e dico ai partecipanti di divertirsi, senza pensare ai tempi. Per la Rievocazione del 3/4 settembre mi da la moto Alfredo; effettivamente è una Yamaha TZ. Ho sentito molto parlare del circuito di Ospedaletti, sia dagli amici-piloti che da appassionati, ma è la prima volta che ci vengo. In questa occasione è sufficiente partecipare, perché non c’è niente da vincere, ma sono certo che il calore dei tifosi e degli amici mi scalderà il cuore.

Grazie di aver accettato l’invito e complimenti!

Grazie a voi del Comitato, che vi impegnate per la manifestazione!

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